Atti della giornata di studio · 30 maggio 2026
Protagoniste del tessile e della moda del Novecento
Quattro figure femminili, quattro percorsi di ricerca e creazione
L’evento
Una giornata dedicata a quattro importanti figure femminili
Un percorso nel tessile, nell’arte applicata e nella moda del Novecento friulano e italiano, attraverso il contributo di Anita Pittoni, Elda Cecchele, Gina Morandini e Lina Di Dominissini.
In questa pagina confluiscono i materiali della giornata: introduzioni, documenti di approfondimento e rassegna stampa.
I quattro percorsi
Protagoniste
Ogni sezione raccoglie una presentazione sintetica e il relativo PDF. Apri un nome per consultare i materiali senza lasciare la pagina.
Anita Pittoni
Una nuova sensibilità
Artista, artigiana e spirito anticonformista, trasformò ago, uncinetto e ferri da calza in strumenti di sperimentazione, autonomia e libertà creativa.
Per approfondire
TESTO del CONVEGNO 30 MAGGIO 2026 MEF - UDINE
ANITA PITTONI: Una nuova sensibilità
Donna di grandezza europea, uno spirito inquieto e anticonformista dalla grande personalità che da autodidatta ha compiuto un percorso creativo all'insegna della sperimentazione applicata al campo delle stoffe e dell'arredo. Tra la fine degli anni Venti e il secondo conflitto mondiale con ago uncinetto e ferri da calza, i tradizionali strumenti di lavoro femminile, costruì un personale linguaggio espressivo affermandosi professionalmente in ambiti solitamente ad appannaggio degli uomini. Nasce a Trieste nel 1901 da una famiglia di forti sentimenti socialisti. Rimasta orfana di padre piuttosto giovane, nonostante le disagiate condizioni economiche frequenta con risultati lusinghieri il liceo femminile ma non potè continuare gli studi, riservati ai fratelli maschi, per aiutare in casa la madre come sarta – ricamatrice. Queste umili tecniche casalinghe, da sempre simboli di una domesticità forzata, tra le sue dita diventano mezzi per affermarsi e raggiungere non solo autonomia di azione ma anche libertà di pensiero pretendendo fin dall'inzio spazio di affermazione personale.
Nella sua città, Anita è in sintonia con i movimenti europei d’Avanguardia. Arrivato in regione nel 1919, il Futurismo ritiene che la moda sia un valido campo di indagine in cui poter distruggere il “vestito passatista”. E' anche interessata al Costruttivismo per il linguaggio essenziale nel disegno dei tessili e per le linee minimali e destrutturate da apprezzare nella sartoria. Tra i primi a riconoscere la grandezza di Anita fu Anton Giulio Bragaglia che la ricorderà come "indiavolatissima triestina" che usa il filo come i pittori usano il colore: con lo stesso senso e gusto.
Tra la fine degli anni Venti e il ventennio fascista essere consapevoli del proprio valore artistico, assecondare le proprie attitudini, farsi riconoscere come soggetto autonomo in grado di “fare arte” era possibile solo all'interno delle Case d'Arte futuriste, strutture produttive che sopravvivono economicamente grazie al paziente e sottovalutato lavoro di figure femminili. Da una parte le donne venivano esaltate come vere creatrici, dall'altro se ne ribadiva il naturale ruolo di semplici esecutrici di opere pensate sempre da uomini. Ricordiamo Rosetta Depero moglie di Fortunato Depero tra le più attive collaboratrici della “Casa d’Arte Depero” non firmò mai le sue creazioni e Elica Balla figlia di Giacomo Balla firmò pochissime volte
Anita, invece, intende porsi al centro del processo creativo grazie anche a un clima particolarmente vivace intorno a lei. Frequenta alcuni tra i più interessanti protagonisti della scena artistica: le sorelle Marion e Wanda Wulz fotografe con uno studio a Trieste ben avviato da generazioni e note per le sperimentazioni di fotodinamismo, Leonor Fini e Maria Lupieri, Marcello Mascherini e Ugo Carà, Marcello Claris, Urbano Corva, August Černigoj, Giorgio Carmelich, il critico Dario de Tuoni e il poeta Carolus L. Cergoly. Considera un dovere morale verso se stessa seguire le proprie inclinazioni per emergere ma è ben consapevole che non è affatto semplice vivere, non solo a Trieste, la condizione di donna – artista. Pochissime, infatti, erano quelle che intraprendevano un'attività imprenditoriale. Anita inizia cimentandosi con bozzetti di costumi teatrali a Torino e a Milano, e insegna al LAT – Laboratorio Artigiano Triestino – conosciuto come “Bottega-scuola Pittoni” per continuare con i corsi di artigianato artistico promossi dall’ ENAPI-Associazione per le Piccole Industrie di Trieste.
Fra il 1931 e il 1932 nasce il “suo” atelier, luogo dove prassi intellettuale e lavoro manuale si uniscono in un’ottica imprenditoriale affrancata dall’industria. Lo “Studio d’Arte decorativa” aveva sede presso la sua abitazione, al terzo piano di casa Rusconi, un palazzetto all'angolo di via Cassa di Risparmio 1 e piazza della Borsa. Sono anni di straordinaria attività: Anita pianifica l’attività, dirige oltre 90 lavoranti, valuta i costi, sceglie le materie e le tecniche più adatte per realizzare giacche, giubbini, gonne, bluse, golf, tailleurs, mantelli, vestaglie, sciarpe, costumi da bagno, completi da viaggio, abiti da spiaggia, da giardino e da sera, tendaggi, tappeti e stoffe d'arredo per una "moda di eccezione". Le lavoranti dovevano rispettare le precise indicazioni di tracciati tecnici basati su calcoli perfetti, in questo modo Anita aveva la sicurezza che tutti i modelli per le numerose e facoltose clienti “dovevano riuscire come eseguiti dalle mie mani”, Grazie all'agganciatura ad anello il tessuto si rivela “nuovo” nella struttura e dona a chi lo indossa inesplorate libertà di movimento ed è adatto anche per l’alta moda.
Già dal 1916 a Parigi la romana Elsa Schiapparelli con i tessuti sportivi a maglia e Coco Chanel con i tailleurs dalla caduta sempre perfetta avevano sfruttato le possibilità sartoriali del jersey, il “tricot” confezionato meccanicamente.
La ricerca della Pittoni è indirizzata anche verso inediti effetti materici grazie all'uso non tradizionale di filati che fa candeggiare e tingere in una personale tavolozza. I filati naturali come juta, lino, ginestra, lana, seta, cotone, il ramiè sono utilizzati in mischia con le novità dell'industria tessile autarchica: raion, bobalan, celloraf, cisalfa, tritalfil. E ancora con il lanital o con lamine d'argento, rame o oro zecchino. I modelli hanno semplici motivi decorativi: righe, zig zag, triangoli, fiori o animali stilizzati in un processo di “sottrazione” da contrapporre al sovraccarico gusto dei ghiribizzi del “fatto in casa”. Una moda “pratica”, più consona alle abitudini moderne, dall'altissima confezione per l'assenza di cuciture e per vestire in armonia con il corpo non più ingabbiato ma rispettato nel movimento per la guida dell'automobile, per il nuoto, per le passeggiate in spiaggia, in giardino o sulla neve.
Le sue creazioni ricevono medaglie e prestigiosi riconoscimenti a Monza, Milano, Torino a tutte le fiere dell'Artigianato di Firenze, alla Biennale di Venezia e a eventi artistici a Buenos Aires, Budapest, Berlino. Nel 1937 viene premiata al Jeu de Paume des Tuileries a Parigi alla mostra Les femmes artistes d’Europe, manifestazione che anticipa l'Esposizione Universale di Parigi.
Negli anni Trenta, mostre e sfilate si alternano a leggi e a enti impegnati nella valorizzazione di un'eleganza tutta italiana e il tricoter era fortemente raccomandato dalle industrie di filati attraverso pubblicazioni specifiche che propagandavano la qualità dei loro prodotti: "La moda della lana" reclamizzava il Lanificio Rossi, "Corredo" promuoveva la Lana Polo, "Amica" il milanese “Calzificio Santagostino” e il corposo mensile "Snia Viscosa. I nuovi tessili” artificiali della Società Nazionale Industria Applicazioni Viscosa. Allo scopo di educare alla bellezza e per valorizzare i filati della manifattura delle Lane Borgosesia, Anita viene chiamata a dirigere il periodico “Lil Lavori in lana” pubblicato a Torino tra il 1933 e il 1934 per soli 5 numeri, definito dalla stampa dell'epoca “una specie di scuola pratica del moderno lavoro a maglia”. Anita propone capi maschili e femminili da realizzare a ferri o all'uncinetto grazie ai suoi tracciati tecnici, ne cura la veste grafica e gli editoriali le servono a far riflettere il lettore sull'importanza delle materie, sul colore e soprattutto sul rapporto che lega l'artista all'artigiano.
Temi questi che è ben raro trovare sulle riviste femminili dell'epoca.
Il successo continua anche sulle più importanti riviste italiane dell'epoca come «Domus e Casabella» e in quelle straniere: “The Studio” pubblicata a Londra e a New York la tedesca “Innen decoration”e perfino sulla rivista giapponese «Kokusai Kentiku».
Tra il 1938 e il 1941 collabora proficuamente con i moderni architetti razionalisti con i quali condivide la semplificazione costruttiva. Giuseppe Pagano, Franco Albini, Mario Palanti, Melchiorre Bega, Agnoldomenico Pica, lo studio BBPR, acronimo dei cognomi di Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti e Ernesto Nathan Rogers, impegnati a inventare l’industrial design per arredare con sensibilità nuove la casa, ambito privato in cui trovare funzionalità, comfort e socialità. Per i progetti d'interni Anita realizza numerosi complementi d'arredo: cuscini astratti, geometrici arazzi, aerei tendaggi a più strati: “a sfumatura” e “a fantasia” in juta, canapa e raion. L'architetto triestino Gustavo Pulitzer-Finali la chiama per realizzare stoffe e tende a ricamo per alcune sale delle motonavi Oceania e Conte di Savoia.
Negli anni a seguire, la naturale propensione agli effetti di regolarità e ordine si traduce in una limitata collezione di capi basata sulla ripetizione di un modulo quadrato realizzato con telaietti brevettati dalla società americana Donar Products Corporation, arrivati in Europa per impegnare il tempo dei feriti di guerra durante il ricovero in ospedale.
Nel secondo dopoguerra il governo italiano non sostenne più l'artigianato in quanto non risponde alla richiesta della produzione di massa. Anita, nonostante gli sforzi, i riconoscimenti e i consensi ottenuti in importanti manifestazioni nazionali, internazionali e presso la parte più colta e illuminata della borghesia cittadina, è costretta a chiudere lo Studio cambiando “rotta” . Nel 1948, con pochi risparmi e con il supporto di Gianni Stuparich, fonda le “Edizioni dello Zibaldone”, edizioni di qualità, dallo stile sobrio e preciso che contraddistinse la sua produzione tessile, per divulgare autori poco conosciuti o dimenticati della Venezia Giulia. Lo scrivere per me è proprio come disegnare un pannello o fare un tessuto. […] persino la fattura, la struttura dei miei tessuti, a maglie concatenate e non a fili tesi, corrispondono allo svolgimento dei miei pensieri. A. Pittoni, Poesia e artigianato, in «Notiziario dello Zibaldone», Trieste, 34/1962, p. 3. Il testo riporta la data del 28 ottobre 1944.
Dirigerà l'impresa fino agli anni Sessanta contando anche sul plauso e sostegno di esponenti della cultura quali Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Bernard Berenson, Mario Luzzi. Contemporaneamente la sua abitazione diventò luogo d'incontro e di dibattito con artisti e intellettuali. Fitta la collaborazione con quotidiani, riviste d'arte e di cultura e la corrispondenza epistolare con Francois Mitterand, Bobi Bazlen, Eugenio Montale, Leonardo Sciascia, Claudio Magris.
Il 12 Maggio 1982 morì al reparto lungodegenti dell'ospedale San Giovanni di Trieste.
Chi è quindi Anita Pittoni ? Un'artigiana? Un'artista? Una proto-design? Anita è uno spirito libero sperimentatore, dimenticata per quasi vent’anni, una “donna stramba” capace di cogliere i cambiamenti in atto nella cultura e nell’arte del proprio tempo e ad affermarsi, portando il nome di Trieste oltre i confini regionali e nazionali.
Elda Pavan Cecchele
La tessitura come arte contemporanea
Tessitrice, artigiana e artista, unì tradizione manuale e ricerca sui materiali, collaborando con alcune delle realtà più importanti della moda e del design italiano.
Per approfondire
Elda Pavan Cecchele - Biografia
Tessitrice, artigiana e artista di straordinaria sensibilità, Elda Pavan Cecchele (San Martino di Lupari, 1915 – Cittadella, 1998) seppe coniugare tradizione e sperimentazione, distinguendosi come una delle figure più originali dell’artigianato tessile veneto del Novecento. Apprese i primi rudimenti della tessitura in giovane età grazie a un’amica contadina che lavorava ancora a un antico telaio domestico. Dopo il matrimonio con Gino Cecchele, appartenente a una famiglia proprietaria di filande, allestì il proprio laboratorio in una filanda dismessa a San Martino di Lupari, avviando un’attività autonoma fondata sulla lavorazione artigianale e sull’uso esclusivo di telai manuali. Il laboratorio mantenne sempre dimensioni contenute, con poche operaie e una produzione curata in ogni dettaglio, spesso realizzata con strumenti manuali. Fin dagli esordi, Elda Cecchele si dedicò alla creazione di tessuti artistici per la moda e l’arredamento, ma fu soprattutto il settore dell’abbigliamento e degli accessori a consacrarne la creatività. Negli anni Cinquanta sviluppò un linguaggio tessile innovativo, sperimentando materiali inconsueti come laminette, velluti, tulle, passamanerie e soutache.
In questo periodo iniziò a ottenere importanti riconoscimenti: nel 1950 espose alla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, quindi a Monaco di Baviera e Oslo. Proprio durante la mostra di Oslo (1953) nacque la collaborazione - destinata a durare sedici anni - con Giuliana Camerino, fondatrice del marchio Roberta di Camerino. Nel 1953 Elda partecipò anche alla Mostra Internazionale dell’Artigianato di Firenze, dove ricevette il diploma d’onore ed entrò in contatto con l’ambiente dell’alta moda italiana promosso da Giovanni Battista Giorgini. Negli anni successivi collaborò con importanti realtà del design e della moda, tra cui Salvatore Ferragamo e l’atelier veneziano di Franca Polacco. Nel 1956 fu invitata alla Biennale di Venezia, nella sezione Arti Decorative, insieme ad alcune delle più interessanti tessitrici italiane emergenti. Gli anni Sessanta segnarono il consolidamento della sua attività: il laboratorio contribuì anche a creare occupazione femminile nel territorio veneto, coinvolgendo lavoratrici esterne nella produzione di accessori e manufatti tessili. Nel 1965 Elda registrò ufficialmente il marchio “Cecchele”, a tutela della propria produzione artigianale.
Negli anni successivi ampliò ulteriormente la propria ricerca, realizzando tessuti per borse, pelletteria e astucci per occhiali, collaborando con aziende come Fedon, Ornella Ottolenghi, Malìparmi e con lo stilista Franco Gregori. Nel 1975 ricevette l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica dal Presidente Giovanni Leone, riconoscimento al valore della sua lunga attività creativa. L’ultima fase della sua carriera culminò nella collaborazione con gli architetti Afra e Tobia Scarpa, da cui nacquero i celebri “Pannelli Scarpa”, considerati il vertice della sua produzione artistica. Nei primi anni Novanta Elda Cecchele si ammalò e non fu più in grado di seguire l’attività del laboratorio. Morì a Cittadella il 12 luglio 1998. Il laboratorio, ancora oggi conservato con i suoi telai e gli strumenti originali, testimonia l’eredità di una protagonista dell’artigianato italiano capace di trasformare la tessitura in una forma d’arte contemporanea.
L’Archivio Tessile Elda Cecchele a Palazzo Mocenigo
Nel 2015 gli eredi Cecchele hanno donato al Museo del Tessuto, del Costume e del Profumo di Palazzo Mocenigo tutte le carte e parte del materiale tessile rinvenuti nel laboratorio di Galliera Veneta, dove erano rimasti dalla conclusione dell’attività di Elda Cecchele nel 1986. La documentazione era stata raccolta nel 2006 da un piccolo gruppo di esperti — Irina Inguanotto, Francesca Piva e Prisco Zanardi — che aveva avviato una prima inventariazione del fondo. Con il trasferimento al Museo di Palazzo Mocenigo, il materiale è stato nuovamente riordinato mantenendo la classificazione originaria, articolata in due sezioni: Documenti e Materiali. La prima comprende circa 2.500 pezzi, tra cui l’intero corpus tecnico e grafico della tessitrice, costituito da quaderni e schede; la seconda raccoglie circa 2.200 manufatti, tra abiti, borse, tessuti, campionari, campioni e materie prime per la tessitura. La sezione Materiali è stata inoltre oggetto di una campagna fotografica a corredo del trasferimento del database iniziale nel sistema SICAPWeb for Archives della Fondazione Musei Civici Venezia.
Nel 2022 Donata Polacco, figlia di Franca, ha effettuato un’ulteriore e significativa donazione dopo la morte della madre. Il lascito comprende campioni, campionari e rimanenze di lavorazione risalenti agli anni Cinquanta, colmando una lacuna della precedente donazione della famiglia Cecchele, carente nei materiali del primo periodo produttivo. L’inclusione dell’Archivio Tessile Elda Cecchele tra i fondi del Museo di Palazzo Mocenigo ha rappresentato non solo un importante riconoscimento del ruolo svolto dalla tradizione artigianale nella storia della moda italiana — intesa come fenomeno sociale, culturale ed estetico — ma anche una preziosa risorsa per studiosi, ricercatori e appassionati. Con questa acquisizione, il Museo di Palazzo Mocenigo ha ulteriormente confermato il proprio impegno nella tutela, nella conservazione e nella valorizzazione del patrimonio tessile, restituendo alla comunità un’eredità di straordinario valore storico, artistico e culturale.
Gina Morandini
Lo sguardo attento del tessile
Fiber artist, studiosa e insegnante, aprì il Friuli Venezia Giulia al confronto internazionale e fece del tessile un linguaggio artistico contemporaneo.
Per approfondire
GINA MORANDINI LO SGUARDO ATTENTO DEL TESSILE
a cura di Annamaria POGGIOLI
“Gina Morandini_lo sguardo attento del tessile” si intitola il volume che, insieme alla Galleria d’Arte Tessile Contemporanea a lei dedicata a Maniago, costituisce un omaggio alla statura di questa fiber artista di fama internazionale, che ha fondato nel 1987 l’Associazione “Le Arti tessili” che ho l’onore di presiedere. E’un volume che io e le mie socie, insieme alle molte persone coinvolte, in primis la storica del tessile Carmen Romeo, abbiamo curato nel rispetto di quello che Gina si sarebbe aspettata da un testo che raccontasse il suo vissuto, umano, professionale, artistico. Il volume doveva rispecchiare l’eleganza intrinseca di Gina Morandini, la raffinatezza che la portava a non sconfinare mai oltre le righe, l’essenzialità, più nella forma che nei contenuti, rispetto ai quali era di una precisione estrema: le sue lezioni, teoriche e pratiche, apparivano precise, puntuali, mai superficiali ma quasi didascaliche, nella descrizione di un percorso storico, di un progetto, di un’opera d’arte.
Amava il colore oro, ed è per questo che il libro ha tale caratteristica cromatica...e quello sguardo è stato richiamato, sul retro, da un suo libro d’artista, “Ombretto”, realizzato su foglio di piombo, feltro su garza, filo, stampa su acetato e incisione su cui Morandini riporta alcuni versi emblematici di Marina Giovannelli “e l’occhio spalancato è di Gorgone, è trappola pietosa, è agonico stupore”. Il testo è ricco di testimonianze, di immagini, cartoline, bozzetti, appunti dove l’artista elabora la sua ricerca, tutti tratti dal suo archivio fotografico, che noi siamo andate a recuperare e fotografare.
Nasce a San Giorgio di Nogaro (UD) nel 1931. Fin da giovanissima si dedica ad attività di ricerca e sperimentazione tessile. Poco più che ventenne, apre a Udine un laboratorio di tessitura a mano, dove progetta ed elabora tessuti innovativi in collaborazione con noti architetti ed artisti. Nel 1960 viene fondata a Udine la scuola d’arte, ora Liceo artistico, Giovanni Sello, e Gina sale in cattedra ad insegnare Arte del Tessuto, Tappeto e Arazzo. Dagli anni Settanta in poi si impegna in diverse attività di ricerca storica, pubblicando importanti saggi sul tessile popolare friulano. Nel 1987 fonda l’associazione “Le Arti Tessili”, spalancando le porte del Friuli Venezia Giulia ad occasioni di confronto internazionale. Attratta dalle nuove frontiere del linguaggio tessile, all’inizio degli anni Novanta si avvicina alla Fiber Art e si impegna in mostre personali e collettive. La sfida più grande, però, è stata lanciare il Premio Valcellina, un Concorso internazionale d’arte tessile contemporanea rivolto a giovani artisti under 35 di tutto il mondo.
Il Valcellina Award, dalla prima edizione del 1995 ad oggi, si è affermato come importante punto di riferimento per la Fiber Art internazionale. Ma Gina Morandini è molto di più che insegnante e fiber artista...è project manager, ricercatrice appassionata, storica dell’arte, della moda e del costume, insomma, donna di talento e di visione che intese raccogliere le sfide della contemporaneità coniugando tradizione innovazione allo scopo di dare continuità e vigore alla Cultura Tessile.
Tra gli anni Sessanta e Settanta si esprime con la produzione di molti arazzi realizzati a telaio con filati di lana e cotone, con le tecniche dell’arazzo e del tappeto, alcuni dei quali si ispirano alle opere di Nane Zavagno. Ed è il momento dei “labirinti” apostrofati come “le parole non dette” (1994/95) realizzati con tessuti usati, filo da ricamo, stampa, interventi di ricamo a mano. ” Il labirinto nasce dalla spirale e comunque si presenti, rappresenta un percorso. Ci sarà chi lo percorrerà interamente o chi si perderà lungo il cammino: è senza dubbio un percorso iniziatico, un viaggio dell’animo umano, una progressione verso il centro, un centro sacro dove l’uomo è chiamato ad un confronto con se stesso” commenta Morandini. E poi avviene “un incontro fatale”: la scoperta del metallo...del tutto casuale, un giorno, in una discarica, dove Gina scorge rotoli di metallo in un grande cassone; e da lì intreccia questo materiale con la lana, poi con la fibra di vetro, alla quale aggiunge il colore.
Ne nascono opere estremamente interessanti come gli scialli chiamati “Futuro con un nome antico”, l’”Onda di luce”, “Grande intreccio”, ”La fine e l’inizio_il Nodo”, le “Porte”, maestose, da imboccare o dalle quali uscire..”quale porta è la mia” le intitola Gina Morandini ispirandosi a un verso di Emily Dickinson. Ricordiamo inoltre la serie di “Ho un corpo sono un corpo” Si tratta di sei pannelli che racchiudono gruppi di foto del corpo femminile e di alcuni suoi organi interni stampati su acetato, evidenziati da ricami realizzati con sottili fili colorati e appoggiati sui più disparati tessuti dipinti d’oro per rendere visivamente il valore, la luce e la ricchezza del corpo” ”Ho un corpo, sono un corpo, affermazione apparentemente scontata al punto da mettere prepotentemente in evidenza lo sconcerto che crea, la difficile presa di coscienza del proprio essere, qui ed ora, come pelle e sangue e visceri, come macchina meravigliosa che fa di ciascuno di noi un unicum e di cui tanto si è fatto e si fa scempio”
Marta MAURO ”...questo corpo oggetto per secoli di fraintendimenti, di sospetti, di punizioni, di rivestimenti, di sublimazioni affinchè non ci fosse, affinché non si vedesse, affinché la sua naturale sensualità fosse devitalizzata e tenuta sotto controllo, con qualunque mezzo” Paola GORETTI
E infine “Uovo universale” un uovo d’oro nella rete che unisce due simboli carichi di suggestioni e di riferimenti che alludono all’origine e alla connessione di eventi. E tutto è sempre altamente simbolico, metaforico. “La realtà è per definizione un insieme di fili intrecciati ripiegati su se stessi e saldamente annodati; la sua struttura prevede punti larghi, nodi, vuoti...fili di pensiero, nodi nei quali i pensieri si combinano, si saldano, e di vuoti di pensiero, quando un ricordo sfugge, una parola manca, una nozione non ci viene incontro o l’ispirazione viene meno” Gina Morandini
Questa grande artista, poliedrica, filosofa, è Gina Morandini, una donna testimonial di tutte noi, anche proprio per la forza con cui parlò del femminile, a partire dalle sue opere: credeva fortemente nell’intelligenza della donna, che sa tessere, includere, per rafforzare anche i legami più fragili, con determinazione e convinzione, da vera protagonista”
Annamaria Poggioli
Lina Di Dominissini
La misura perfetta
Stilista e imprenditrice fuori dagli schemi, trasformò la sartoria di famiglia in un atelier d’avanguardia fondato sull’ascolto, sull’unicità e sulla sperimentazione.
Per approfondire
CIRT - GIORNATA DI STUDI Protagoniste del tessile e della moda del Novecento Anita Pittoni - Elda Cecchele - Gina Morandini- Lina di Dominissini Museo Etnografico del Friuli Salone di Palazzo Giacomelli, via Grazzano 1, Udine 30 maggio 2026 INTERVENTO DEL DARS APS-ETS Lina Candidi Tommasi Crudeli Atelier Lina di Dominissini LUCREZIA ARMANO, Presidente DARS - Introduzione - La storia della famiglia Dominissini Lina Candidi Tommasi Crudeli, è stata una figura centrale nella storia della moda e dell’imprenditoria friulana. Il legame iniziale tra il DARS e la signora Lina risale al 2015 quando fu intervistata dall'amica Gina Morandini – nostra straordinaria artista oltre che fondatrice de Le Arti Tessili - per la realizzazione del secondo volume della Collana Archivio del DARS, “Fîl e gusiele”, che testimoniava il lavoro di più sarte e sartine della provincia di Udine dai primi del novecento ai giorni nostri. La Collana fu ideata dalla scrittrice Marina Giovannelli che ne ha curato anche i primi due volumi. In copertina l'opera di Gina Morandini: “Geometrie del Corpo n.7” .
Non a caso Gina scelse Lina per la sua intervista, due donne che hanno anticipato i tempi con le loro iniziative e professionalità. Questo legame si è rinnovato nel 2024 a seguito della chiusura definitiva dell'Atelier e della volontà di Lina di donare tutto l'archivio dell'Atelier alla Biblioteca Civica “V. Joppi”. Ci fu proposta una collaborazione per organizzare una mostra nell'ambito del progetto DARS “Etica ed Estetica del femminile, II ed. - Diversità e Disobbedienza” che si è realizzata in marzo e ha ottenuto un grandissimo successo e molta affluenza: LA MISURA PERFETTA | L’Archivio dell’Atelier Lina di Dominissini Atrio della Biblioteca Civica “V. Joppi” – Palazzo Bartolini con un incontro in Sala Tito Maniacco e due visite guidate. La mostra ha presentato sei filoni tematici che hanno elevano l'evento da una semplice carrellata d'archivio a un racconto complesso sull'originalità creativa, sull'imprenditoria, l'arte, la tradizione, l’innovazione e la storia del costume degli ultimi 40 anni dell'Atelier, chiuso nel 2020.
Parlare di Lina oggi significa restituire alla città di Udine (e non solo) il racconto di una vita di stile, vissuta con coraggio, determinazione e un’innata capacità di disegnare il futuro: una storia d'eccellenza consegnata alla memoria pubblica della comunità.
LA STORIA DELLA FAMIGLIA DOMINISSINI Lina Candidi Tommasi Crudeli è “figlia d’arte”, infatti il suo atelier in via Codroipo era conosciuto come Dominissini, il cognome della madre che fu dagli anni cinquanta una delle sarte più note di Udine. Per farvi comprendere meglio la valenza di Lina, il suo operato e la sua identità dobbiamo partire dall'eredità su cui poggia tutto il percorso. Il percorso inizia da un’eredità antica, racchiusa nelle forbici da sarto del bisnonno CARLO. Sono lo strumento che simboleggia una dinastia sartoriale che ha inizio nel 1884 con Carlo Dominissini, "sarto-soldato" reduce dell'impresa di Porta Pia, che aprì la prima "Sartoria da Uomo e Signora" in via Grazzano. La guerra del 1915-18 arresta l’impresa fiorente che però si riprende, dopo il primo conflitto mondiale quando l'eredità passò al figlio ATTILIO, nonno di Lina, capace di espandere l'attività fino a impiegare 40 dipendenti, prima in via Grazzano e poi in via Poscolle, affiancando alla confezione per clienti privati la lavorazione per le divise dei convittori dell’istituto Toppo e per i dipendenti della società che gestiva la linea ferroviaria Udine-San Daniele.
Il testimone fu raccolto negli anni Quaranta da RENZA Dominissini, madre di Lina e donna dalla tempra d'acciaio. Giovane donna determinata, con un’esperienza sartoriale costruita fin da bambina nel laboratorio del padre, decide a questo punto di “correre da sola” e all’inizio degli anni '40 apre una propria sartoria per signora, sempre a Udine, in piazzale D’Annunzio e sposa un rappresentante di stoffe, Douglas Candidi Tommasi Crudeli, discendente da una storica famiglia toscana che conta due illustri antenati, entrambi di Poppi (Arezzo), che hanno speso la propria vita per affermare il pensiero critico e difendere ideali di libertà. L’uno, Tommaso Crudeli (1702-1745), poeta e giurista, morì giovane dopo essere stato incarcerato e torturato dal tribunale dell’Inquisizione per il suo pensiero antidogmatico ed eterodosso. L’altro, Corrado Tommasi Crudeli (1834-1900), fu medico illustre, membro dell’Accademia dei Lincei (la più antica istituzione scientifica al mondo! 1603), garibaldino, partecipò alla Spedizione dei Mille e divenne clinico di fiducia di Garibaldi, parlamentare e poi Senatore a vita; gli fu eretto un busto commemorativo sul Gianicolo.
Potete già capire che con questa genealogia non c’è da stupirsi che Lina affermi fin da bambina il suo spirito libero. La seconda guerra sconvolge i programmi e i destini della famiglia, ma Renza prosegue con tenacia il lavoro di sarta nonostante i bombardamenti e la deportazione del marito in Germania. Cerca clienti anche fuori Udine, nelle cittadine della provincia, si reca di persona dalle clienti, le signore della borghesia locale, per la scelta dei modelli e per le prove degli abiti. diventando riferimento per l'eleganza della borghesia e nobiltà friulana del dopoguerra e instancabile "sarta delle spose". Negli anni '50 si consolidano fama e clientela e la sartoria si stabilisce definitivamente nella villa-atelier di via Codroipo. Sono anni gloriosi per la moda, tempi di rinascita, di recupero e di scoperte: il razionamento è da tempo finito e le donne, che avevano conosciuto sacrifici e limitazioni, si trasformano in consumatrici ad ogni livello sociale e aprono la strada del consumismo
anche alle figlie. Sono anni di grande lavoro per l’instancabile signora che veste ancora le mogli dei notabili di provincia, ora le clienti vengono a provare gli abiti in sartoria, anche di domenica (la sartoria è sempre aperta), mentre i mariti vanno allo stadio per assistere alla partita. Apparentemente riti provinciali, ma la sartoria, che contava fino a 15 dipendenti, era diventata punto di riferimento per l’eleganza delle signore della buona borghesia e della nobiltà locale. Renza frequentava le sfilate di Milano, acquistava costosi modelli, comperava tessuti esclusivi non facili da trovare nei negozi locali. Prevedello, il negozio di tessuti della città, noto per essere l’unico che proponeva stoffe alla moda, mandava in visione alla sartoria i tagli di tessuto affinché lei confermasse la scelta o rassicurasse eventuali incertezze della cliente sulla qualità. La signora Dominissini era molto attenta al rapporto con le persone che frequentavano il suo atelier, era abile a suggerire i modelli che acquistava, era capace di consigliare con sicurezza di gusto e far sentire le clienti gratificate e lusingate.
Erano gli anni in cui avere un modello Chanel, Dior o Patou costituiva uno status simbol ed era una gratificazione per le donne, particolarmente in provincia, indossare manufatti importanti, talvolta esclusivi, pubblicati sulle pagine patinate della famosa rivista di moda Vogue, nel perpetuo tentativo delle classi più abbienti di distinguersi e di quelle più modeste di rincorrerle. La clientela femminile era difficile da gestire e la signora Renza doveva fare attenzione perché gli stessi modelli non fossero indossati da donne diverse negli stessi luoghi, quindi era essenziale conoscere gli avvenimenti sociali cittadini, le feste, le cene particolari, le cerimonie, i matrimoni. Brava a depistare scelte e a suggerire soluzioni alternative, per anni è stata considerata, dalle donne che frequentavano il suo atelier, punto di riferimento per l’eleganza e lo stile. Va sottolineata anche la duttilità tecnica e realizzativa di Renza Dominissini. Pur essendo per tradizione famigliare una “capo spalla”, era capace di lavorare con tessuti di ogni peso per confezionare capi diversi, dal cappotto all’abito da sposa: le piaceva dire di avere vestito lei le spose friulane del dopoguerra.
Lina cresce in questo ambiente femminile fervoroso e instancabile, con una madre formale, assai esigente nell’educare la figlia al lavoro e al destino che l’aspetta: proseguire la tradizione imprenditoriale della famiglia. All’età di dieci anni viene condotta a Milano per assistere alla sua prima sfilata. Entriamo quindi nel vivo della vita di Lina, passo la parola a Barbara Vuano, scrittrice del DARS, che l'ha intervistata focalizzandosi sulla sua straordinaria personalità che è stata il motore del successo e dell'impegno profusi in 40 anni di attività.
BARBARA VUANO, Una stilista fuori dagli schemi La formazione Dopo i tre anni dell’Istituto “Blanchini” a Udine, Lina Dominissini si iscrisse, giovanissima, alla rinomata scuola di moda “Marangoni” di Milano, dove frequentò quattro anni in due, seguendo il Corso d’arte del modello e di Arte del figurino di moda, per non gravare economicamente sulla famiglia; tuttavia in quei due anni riuscì a farsi notare da maestri e stilisti e a intessere rapporti che le sarebbero tornati preziosi durante la vita professionale. Il suo talento creativo fu subito evidente: durante i corsi disegnò una serie di modelli che rivelano una capacità artistica compiuta. I grandi bozzetti (50x70 cm), sono vere opere d'arte e denotano una mano sicura, capace di trovare un perfetto equilibrio tra forma funzione. A Milano Lina affinò le tecniche di costruzione dell’abito, la capacità di progettare e di pensare in proprio; ideò perfino acconciature per parrucchieri e, tornata a Udine, curò una striscia per il Messaggero Veneto dove venivano pubblicati i suoi figurini.
Una rivoluzione silenziosa Rientrata in sartoria, capì che doveva pazientare, inserire un poco alla volta la sua creatività nell’atelier che la madre, fino ad allora, aveva condotto proponendo modelli dell’alta moda francese acquistati alle sfilate milanesi. Una rivoluzione silenziosa che Lina ha portato avanti con tenacia, opponendo alle paure di sua madre – «Te me perderà tutte le siore» – un lento ma determinato progetto di rinnovamento non solo delle linee e dei colori, ma della concezione stessa di atelier. Lina voleva creare i propri abiti; cominciò proponendo con discrezione alle acquirenti camicie da lei realizzate che dessero un tocco di personalità ai tailleur, le preparava, gliele mostrava, e lasciava che ci pensassero, senza forzarle. Così succedeva che una signora che vestiva sobriamente, sempre in grigio, di fronte a una camicia azzurro polvere, con un che di fantastico, dicesse: «Sì, perché no», e da quel giorno cercasse fantasie colorate, e solo quelle.
Il segreto dello stile e della personalità di Lina è il grande rispetto per se stessa e per gli altri: metteva al servizio delle e dei clienti – donne, ma anche uomini – il suo intuito, la sua creatività: era capace di intercettare e di capire i loro bisogni, di esprimere e potenziare la loro personalità con l’abito. «Facevo una lettura di queste donne. Mi inserivo con proposte, ho rivoluzionato il modo di lavorare». «Riuscivo a capire cosa ognuno conteneva e a interpretarlo». «Ritengo sia un’interpretazione del sé». «I miei capi venivano riconosciuti» Lina, nel suo lavoro, univa intuizione e percezione; dopo aver preso le misure posava le mani intorno al corpo della cliente e lo tastava per sentirlo, come una cieca; era molto più di una tecnica: era presa di contatto, ascolto. Lo faceva con tutti, anche con gli uomini, non senza un certo loro imbarazzo. Per ideare un abito, Lina ascoltava le richieste della cliente e rispondeva secondo la sua sensibilità e intuizione. Le era subito chiaro dove voleva arrivare e come avrebbe progettato il capo. La sua era una progettazione che coniugava immaginazione e perizia
artigianale, conoscenza di materiali e tecniche. Curava i suoi modelli in tutti i dettagli, dalle passamanerie rifinite a mano alla realizzazioni dei bottoni, dalle cuciture messe in evidenza agli inseriti di merletti e ricami, creava fasce e cinture , accostamenti di tessuti e materiali diversi, utilizzava anche manufatti etnici, come i sari indiani, ponchi e altro che le clienti le portavano, non c’era limite alla sua inventiva. Presto capì che i modelli che aveva appreso a realizzare alla scuola “Marangoni” erano troppo perfetti, e marcavano le imperfezioni delle figure, perciò in breve li abbandonò per approdare al proprio originale modo di lavorare. Disegnava di getto, ascoltando Čajkovskij, lavorava con il ditale da uomo; ogni pezzo che costruiva era unico, non ripetibile, perché pensato per quella specifica persona e non per un’altra a cui non sarebbe stato adatto. Con un montaggio diverso, che prendesse in considerazione l’errore come una risorsa, avrebbe potuto contenere gli scarti e creare capi inusuali e innovativi.
Per sua madre e per i sarti tradizionali accettare l’errore nella costruzione di un capo era inammissibile; per Lina, invece, era una fonte di possibilità e di suggestioni: spezzando e alternando linee e quadri, sfruttando l’irregolarità, slanciava le figure, mitigava i difetti e si divertiva a inventare. Anziché perdere le clienti, come sua madre paventava, si trovò ad aumentarle e a raccogliere un ampio successo. Tutte le signore che potevano permetterselo si rivolgevano a lei, sicure che i loro abiti sarebbero stati unici, perfetti ed esclusivi. Trasformò la sartoria in un laboratorio di progettazione d’avanguardia. I bottoni in smalto con la propria silhouette, fatti realizzare appositamente a Napoli, e le etichette dell’atelier che portano la sua firma sono la testimonianza di una identità di marca fortissima e moderna. Dal 1980 Lina diventò titolare della sartoria. Le collezioni da lei firmate sfilarono in regione (a città Fiera nel 87/88), a Roma per cinque anni nel “Calendario Nazionale dell’Alta Moda” e fuori dell’Italia fino ad arrivare a New York nel 1985, in collaborazione con un sarto con cui aveva organizzato la sfilata “L’uomo e la sua gonna”.
Evento che permise poi all’Italia di entrare nei congressi europei dell’alta moda. “L’uomo e la sua gonna” fu presentata in un volume alla “Esposizione Permanente” di Milano. Lina Dominissini partecipò anche ai congressi della Scottland House a Budapest (1982), a Parigi e a Rio de Janeiro (1988). Nel 86/87 sfilò con la sua collezione a Montreal e a Toronto in occasione dell’iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Udine per far conoscere il Made in Friuli in Canada. Promosse la collaborazione e lo spirito unitario fra gli operatori della moda in regione e organizzò e animò la manifestazione goriziana di Flash Moda. Nella collezione presentata in Canada i modelli erano concepiti come un tutto unitario, con capi pensati per essere interscambiabili, alcuni erano impreziositi da tessuti realizzati al telaio manuale. L’interscambiabilità era proposta anche alla singola cliente, Lina spesso abbinava un nuovo abito con parti di un altro che le aveva già disegnato in precedenza.
Disegnò anche gli abiti di scena per il gruppo rock metal Gottard, testimoniando la sua straordinaria versatilità e il suo spirito d'avanguardia, capace di applicare il rigore della sartoria d'alta scuola anche ai linguaggi più ribelli e moderni. I suoi modelli da sposa sono straordinari per la varietà di forme, materiali, colori che rompono con ogni schema mentale di rappresentazione del matrimonio. Ogni donna è vestita secondo la sua estetica e i suoi desideri. Un tocco di spirito e di gaiezza viene dato dalle scarpe: verdi, rosse o vivacemente colorate. Lo stile e l’originalità di Lina si colgono nell’utilizzo frequente di tagli e montaggi sbiechi, negli intrecci di nastri e strisce, nelle punte che scendono e slanciano. La complessità degli abiti da lei proposti è evidente. Modelli che rappresentano una vera e propria architettura tessile, dove il dettaglio costruttivo diventa protagonista, come nell’abito realizzato intrecciando tubolari di taffetas, confermano la sua ricerca della "misura perfetta" vissuta, come lei stessa ama dire, con "distacco e leggerezza”.
L’innovazione di Lina ha anticipato i tempi anche sul fronte della sostenibilità attraverso l’arte del rinnovo. Pioniera dell'upcycling, ha trasformato la pellicceria in un terreno di sperimentazione continua, ristrutturando capi esistenti con accostamenti inusuali di pelli e tessuti, trattando pellicce pregiate come tessuti quotidiani, tagliando pelli intere per innovarle e valorizzarle con l’arte dell’intarsio Propose modelli innovativi di giacche corte in stile casual e impermeabili double face. Creò anche borse a manicotto e cappelli in pelliccia. La passione per il riutilizzo riguardava anche gli abiti, le borse e finanche le maglie; mentre il mercato spingeva verso il consumismo a basso costo e scarsa qualità, Lina inventava capi che duravano e potevano essere ripensati, riadattati, decostruiti e ricomposti. Da vecchi golf non più usati ne ricavava altri completamente nuovi. Questa attività, che portò avanti fino agli anni più recenti, le permise di sperimentare accostamenti di materiali diversi e originalissimi. Quando, nel rifare o nel realizzare un capo, si scontrava con problemi esecutivi, Lina racconta:
«Non mi arrovellavo, chiudevo lì e mettevo da parte, spesso, anche dopo giorni, saltava fuori una soluzione che io non avevo pensato». Questo modo di procedere è proprio dell’artista che, nel processo creativo, unisce la ricerca tecnica all’intuizione e alla sedimentazione. Oltre a essere un’instancabile lavoratrice nel proprio atelier, Lina si dedicò anche alla diffusione della moda intessendo relazioni fuori regione e promuovendo i sarti, la moda e il Made in Friuli all’estero. Lavorò attivamente nell’Unione Artigiani e nella Consulta femminile. Un discorso a parte merita l’impegno nell’insegnamento, a cui Lina si diede con entusiasmo, collaborando in modo stabile con l’Istituto d’arte “G. Sello” (attualmente Liceo artistico) di Udine e con l’I.S.I.S. “R. D’Aronco” di Gemona. All’Istituto d’arte “G. Sello” di Udine nel 1998 diede vita, insieme agli allievi, a modelli ispirati al Friuli Venezia Giulia, derivati dal corso “Progettazione Arte del tessuto, della moda e del costume”, che l’Istituto ancora possiede.
Gli studenti crearono i tessuti che rappresentavano il Messaggero Veneto, Villa Manin, il territorio, e la pannocchia; Lina li guidò nella realizzazione degli abiti, aprendoli a un’esperienza nuova, che superava la visione piana del modello e scopriva la tridimensionalità del corpo. Prima di passare la parola a Carmen Romeo per chiudere questo intervento in quanto ha collaborato con Lina sia per un progetto con l'allora Istituto d'Arte “G.Sello” oggi Liceo Artistico, sia per un progetto sui costumi friulani, ci tengo ad aggiungere due parole sul luogo in cui Lina lavorava e creava. La “sarta-architetto” / L’atelier d’avanguardia La visione progettuale di Lina si è riflessa con forza anche nello spazio fisico del suo lavoro. Lina curò personalmente l'ideazione del suo atelier di via Codroipo, le cui linee e arredi furono realizzati dall'architetto Valentino Fontanini seguendo le sue precise intuizioni spaziali. L'eccezionale valore di questo progetto è testimoniato dalla selezione per la 5ª Rassegna Biennale di Architettura "Premio Marcello D’Olivo" nel 1995.
Ciò che emerge è l'immagine di una "designer totale", capace di dominare la materia e lo spazio con la stessa precisione con cui dominava il taglio del tessuto.
CARMEN ROMEO – CIRT Chiusura intervento e chiusura Giornata di Studi Al lascito tecnico si unisce a una generosa attività didattica che ha visto Lina protagonista presso istituti scolastici d’eccellenza. Aprendo il proprio atelier e il proprio saper fare alle scuole, collaborando con loro a progetti internazionali come quello sviluppato con il Sello, Lina ha trasmesso ai giovani il rigore e la responsabilità del mestiere, rivelando il ritratto di una donna capace di conciliare l’eccellenza professionale con un profondo impegno civile verso le nuove generazioni e il territorio. Quattro costumi per raccontare il Friuli Venezia Giulia (1998) Nel 1998 quattro costumi furono progettati dalle allieve dell’Istituto Giovanni Sello di Udine, sotto la guida di Carmen Romeo, allora docente di Progettazione Moda e Costume, e realizzati con il contributo fondamentale di Lina, in occasione di uno scambio internazionale tra Istituti europei con indirizzo Moda e Costume, coordinato dal Dipartimento Tessile e Moda dell’Università di Colonia e dall’Associazione Internazionale TEXERE Textile Education and Research in Europe.
Lina collaborò a titolo gratuito con il Liceo Artistico Giovanni Sello (allora Istituto d’Arte), interpretando i progetti grafici e conducendo le studentesse a realizzare in modo sartoriale i costumi, ciascuno ispirato a un tema rappresentativo della Regione Friuli Venezia Giulia: Villa Manin di Passariano / Il granoturco Il Messaggero Veneto / La geografia della Regione Friuli Venezia Giulia La piccola collezione "Il Friuli-Venezia Giulia diventa Moda" fu presentata in mostre regionali (Udine e Gorizia) e in una importante esposizione internazionale a Colonia (Germania, 22–26 aprile 1998), evento conclusivo del progetto. Il legame con il territorio e la memoria Modi di vestire, modi d'essere Abbigliamento popolare e costumi tradizionali del Friuli a cura di Gian Paolo Gri / Società Filologica, 2003 Attraverso l'abito. Modelli, tessuti, decori accessori di Gina Morandini, Carmen Romeo Tracciati dei modelli a cura di Lina Candidi Tommasi Crudeli Il profondo legame di Lina con le proprie radici ha trovato la sua massima espressione in un’opera di conservazione culturale che oggi rappresenta un autentico caposaldo degli studi etnografici regionali.
Lina ha collaborato attivamente alla storica ricerca della Società Filologica Friulana, “MODI DI VESTIRE, MODI DI ESSERE”, analizzando con sguardo scientifico i costumi popolari friulani conservati presso istituzioni culturali del territorio, come il Museo Etnografico di Udine. In questo contesto, Lina ha indagato la "costruzione" profonda, ovvero l'architettura interna che rende l'abito tradizionale un manufatto unico, traducendo questa sapienza antica in cartamodelli tecnici rigorosi, che garantiscono ancora oggi una riproduzione filologicamente corretta e fedele della tradizione locale. Il quaderno di lavoro esposto alla mostra in biblioteca testimoniava questo processo meticoloso, fondamentale per salvaguardare questa porzione di patrimonio identitario friulano dal rischio di semplificazioni o perdite di memoria.

Rassegna stampa
L’arte tessile all’Etnografico
L’articolo chiude il percorso e documenta la ricezione pubblica dell’evento.
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